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A proposito del libro Sfide di Marco Fuggetta: QUALE IL RUOLO RESIDUO DEL NUCLEO INDUSTRIALE RIETI-CITTADUCALE?

NUCLEONel libro SFIDE di Marco Fuggita l’autore dedica un capitolo al Nucleo industriale Rieti-Cittaducale. E di questo intendo parlare in questo mio secondo intervento, visto che ho promesso di continuare.

Le interviste proposte da Marco nel suo libro sono tutte di natura politica, si tratta infatti o di dirigenti sindacali, (dei datori di lavoro o dei dipendenti), di rappresentanti di Enti addetti allo sviluppo del settore economia o di rappresentanti politici degli enti locali.

Dico subito che quello che mi è parso più onesto dal punto di vista intellettuale è stato il sindacalista Giuseppe Ricci, responsabile dei metalmeccanici della CISL di Rieti il quale, nell’individuare le responsabilità per la miserrima fine fatta dal Nucleo industriale Rieti-Cittaducale che fu il fiore all’occhiello delle realizzazioni del primo centro-sinistra di Rieti, comincia con il riconoscere quelle in casa propria. Dice testualmente Ricci:  “A mio avviso abbiamo delle responsabilità anche noi, forse non siamo stati in grado di anticipare i tempi”. Con queste parole Rcci si riferisce al tempo quando, di fronte alla venuta meno dei benefici della CASMEZ, si sarebbe dovuto far riconoscere Rieti come area svantaggiata e come tale godere dei benefici derivanti dall’Europa.

E si perché i guai del Nucleo Industriale Rieti-Cittaducale sono iniziati proprio con la sparizione di quei benefici. Io non credo che, anche se ciò fosse avvenuto, il Nucleo avrebbe potuto scongiurare la fuga della Texas, dei Merloni, o la fine della Telettra, ma certo sarebbe stato possibile arginarne gli effetti e magari trovare dei sostitutivi. Con questo però non si può addossare la colpa ai soli sindacalisti, come si è tentato di fare da allora in poi. Si è puntato solo ad ottenere finanziamenti sussidiari che le aziende, anziché impiegare in ristrutturazioni, hanno impiegato per rendere ancor più morbida la loro uscita di scena.

Le responsabilità di tutto questo sono da distribuire equamente su tutti i protagonisti del settore. A leggere invece le risposte da loro date alle domande di Fuggetta, la “morte” del Nucleo veniva e viene ancora data per scontata. Secondo tutti costoro la colpa è stata del mercato e della crisi generata dalla globalizzazione.

Così essi oggi riposano tutte le loro speranze sull’ Accordo di Programma che è stato firmato di recente su iniziativa della Regione Lazio e del comune di Rieti per il quale, afferma il consigliere regionale Mitolo, arriveranno a Rieti quindici milioni di euro per due imprese Gala e Schneider Electric e venti milioni per  Pmi e star-up. Tutto ciò è stato possibile a seguito del riconoscimento di Rieti come area disagiata. Sempre Mitolo conclude: “ci sarà poi la misura del bonus occupazionale regionale, e sono stati selezionati progetti specifici.”  

Siamo alle solite. Tutto si basa su erogazioni di fondi pubblici per il sostegno alle imprese. L’unica nota positiva è data dalla selezione si alcuni progetti nuovi, senza però sapere quali siano e il loro perché. Non mi pare che da tutto questo si possa ricavare un atteggiamento di Sfide, come adombra il buon Marco nel titolo del suo libro.

Dalla lettura delle altre interviste si ricava che ben altre sono le carenze che invece andrebbero colmate se la classe politica volesse ancora puntare sullo sviluppo industriale per risollevare le sorti della Sabina.

Le risposte più interessanti vengono dal direttore della Federlazio di Rieti Giuseppe Scopigno. Egli individua, tra le cause che impediscono l’attività delle imprese, gli impedimenti della burocrazia con cui le imprese debbono fare i conti nei rapporti con lo stato o con gli enti locali. Afferma ad esempio  che il codice degli appalti aveva fatto sperare in una semplificazione del sistema ed una maggiore trasparenza, ma le imprese stanno ancora aspettando i decreti attuativi! Poi ancora cita il tema degli impedimenti burocratici con i quali le piccole imprese debbono fare i conti giornalmente. Dice ancora Scopigno: “Si parla in Italia di piccole imprese, ma poi si prendono provvedimenti che danno un grande stimolo solo alle grandi industrie”. Inoltre se non c’è domanda, come è possibile andare avanti. A Rieti solo alcune aziende hanno progredito, quelle che producono per il mercato estero. E le altre? Purtroppo la piccola industria a Rieti è cresciuta solo nel settore dell’indotto. Non si è mai creato un vero e proprio tessuto di imprese  autonome, e tutto è crollato con il venir meno delle grandi che erano le uniche committenti. “Bisogna rendere più attrattivo il territorio per gli investimenti” - dice ancora Scopigno.

Altre interessanti osservazioni le manifesta il presidente della C.C.I.A.A. Vincenzo Regnini. Egli dice che la parola d’ordine dovrebbe essere “Riprogrammare”. Dice ancora: “Nel nostro territorio a fianco della manifattura in crisi abbiamo comunque risorse come quelle naturali, l’enogastronomia, il turismo”. Per sviluppare però l’area interna della nostra provincia occorrono le infrastrutture. Quelle che la politica in 40 anni non è stata in grado di realizzare. Il Polo della logistica di Passo Corese potrebbe essere importante, ma nella misura nella quale le altre aree interne vengano  allacciate a quella realtà. La mancanza di adeguati collegamenti brucia ogni possibile positiva riprogrammazione dell’attività industriale. Secondo Regnini la parola d’ordine dovrebbe essere “rifondare una nuova politica aziendale, una nuova politica dei marchi, una nuova affermazione della territorialità, e una nuova logica perché quella di oggi rende la produzione non esportabile.”

Il presidente di Assoindustria Di Venanzio riconosce che “le industrie locali hanno bisogno di essere implementate con robuste dosi di innovazione, sviluppo del capitale umano sulla via della specializzazione e sfruttando la leva del made in Italy”.

Il quadro che esce fuori da queste interviste, lungi dall’essere ottimistico, richiama ad una profonda crisi, più profonda ancora perché non si tratta di crisi di mercato, ma di crisi strutturale e di sistema, aggravata da una politica mirata solo a concedere finanziamenti per tirare innanzi, trascurando completamente il più importante dei problemi: inserire l’industria reatina in una rete di comunicazioni efficiente e in una economia di zona vasta che la renda competitiva e appetibile per nuovi insediamenti. 

A fronte di questa sconsolante situazione il rimedio che il presidente dell’ASI di Rieti promette a lunga scadenza sono la riconversione dell’area con aziende altamente tecnologiche e, a breve   scadenza, con l’insediamento di una piccola società di ex lavoratori RITEL e di un “incubatore e acceleratore d’imprese” partecipato dalla Regione Lazio e guidata da un gruppo di Verona, nella quale dovrebbe recitare un suo ruolo il Parco Scientifico e Tecnologico dellìAlto Lazio che vi partecipa con il 24% delle quote

Il deputato del PD Fabio Melilli dice che bisogna concentrarsi nel settore dell’energia ipotizzando l’arrivo di imprese che operino a tutto campo allargandosi ad ogni ipotesi di risparmio energetico “servono gli investimenti e la localizzazione di aziende che fanno ricerca applicata”, praticamente si limita a elencare rimedi che l’assoindustria ha ben chiari perché di natura tecnica, ma nulla dice di quanto egli pensa di fare come deputato che rappresenta il territorio nelle sedi pubbliche nelle quali si debbono prendere provvedimenti strutturali e concreti  favore di coloro che lo eleggono al Parlamento. Non ricorda ad esempio che di recente i soldi concessi alla RITEL degli industriali reatini, concessi per rendere sopportabile la fuga della Teletra, sono stati dilapidati senza alcun profitto.

La verità è che siamo di fronte ad una situazione molto grave, con una pseudo zona industriale che si tiene in piedi solo per la esistenza di qualche eccellenza che ha saputo mantenersi in vita da se  perché  è stata capace di essersi nel mercato internazionale, e che non ha più alcuna possibilità di tenersi in piedi in virtù di interventi isolati né pubblici, né privati.

Oggi una zona industriale per potersi tenere in piedi ha bisogno di un coro di attori capaci di orchestrare un coro di iniziative che la rendano attrattiva. Nulla potrà fare la Regione e lo Stato se i soldi che saranno concessi andranno ad iniziative isolate che debbono fare i conti con la mancanza delle infrastrutture, la mancanza dei servizi essenziali, le lungaggini della burocrazia, una tassazione insopportabile dai bilanci delle aziende ecc..

E poi c’è il problema della mentalità, che è il peggior nemico di ogni sviluppo nel nostro territorio, che deriva dalla pratica di un millennio almeno di una economia submontana indirizzata alla sola sopravvivenza, che rende difficilissima l’insorgere di una capacità imprenditoriale nelle famiglie locali. Il direttore della Federlazio Scopigno invoca “un cambio di mentalità”. E’ questa la verità più interessante emersa dalle interviste di Fuggetta. Non ci può essere industria senza investimenti e volontà di rischio.

Qui da noi non investe nessuno. Di denari reatini depositati nelle banche e nei fondi comuni ce ne sono a bizzeffe. La maggior parte dei reatini vive di rendita, piccola o grande che sia. Affitti di immobili, cedole, pensioni più o meno dovute e calcolate con il vecchio sistema hanno fatto accumulare una ricchezza sterile, ma capace di moltiplicarsi senza fare niente. Questo ha annullato ogni possibile intenzione di rischiare un capitale nel campo industriale. Ogni iniziativa  deve venire da fuori. Ma chi viene fa fuori non viene per portare, viene per prendere. 

Guardate quello che è successo al Nucleo una volta finiti i benefici della CASMEZ. Coloro che erano venuti per prendere quei benefici se ne sono andati dove ne potevano rendere altri. pensare che lo stato possa continuare nella politica praticata alla fine del secolo scorso è un pura follia. L’impegno pubblico oggi dovrebbe essere concentrato tutto solo ed esclusivamente nella formazione di una gioventù capace di assumersi l’onore e l’onore di invertire questa tendenza e far inserire il nostro territorio nel mondo del terzo millennio. Ma i Governi non remano in questa direzione perché è un obbiettivo di lunga scadenza che non produce voti alle prossime elezioni, e di elezioni con ne sono almeno ogni due anni.

Regnini cita la presenza a Rieti del Centro Carlo Jucci, la Scuola di difesa nucleare biologica chimica e il Centro Strimpelli che ha erogato stipendi per decenni mortificando anche la professionalità dei dipendenti costringendoli alla inazione. Bisognava valorizzare solo ciò che avevamo, ma non è stato fatto e per carità di patria non parliamo della esperienza universitaria reatina!

Di Venanzio dice che un tessuto di imprese reatine intende ora percorrere la via della green economy e dell’economia circolare per la difesa del suolo e la sistemazione idrogeologica. A me pare una esercitazione verbale per scaricare le colpe della propria inadeguatezza sugli altri. E’ un giro vizioso. La sfida ipotizzata dal titolo del libro di Fuggetta ne esce totalmente ammaccata. Vorrei essere ottimista, ma la mia conoscenza di ciò che è accaduto in tanti decenni, della mentalità dei politici, degli imprenditori e di tutti gli operatori necessari per innestare un vero processo di sviluppo industriale nel reatino tende sempre più al pessimismo. (Continua)

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